Il 12 e il 13 giugno il Paese sarà chiamato ad esprimere un voto su acqua, ambiente e legalità, tre temi che attengono allo Stato di diritto e che quindi non hanno colore politico.
Per questo l’IDV Gioia del Colle, visto l’assoluto silenzio di alcuni partiti, ha inviato 2 lettere aperte (pubblicate sul nostro sito) al sindaco, agli assessori e ai consiglieri per conoscere la loro posizione sui temi oggetto del referendum. Sarebbe stato molto positivo aprire un dibattito serio, in cui ognuno avrebbe potuto sostenere le ragioni del sì e del no, al di fuori di ogni ideologia, rendendo più fruibili i temi referendari e offrendo ai cittadini un’informazione approfondita e corretta. Il Sindaco, invece, ha preferito ignorare il nostro invito, decidendo di non dichiarare pubblicamente quale opinione ha in merito alla consultazione referendaria. L’unica risposta pervenuta alla nostra segreteria, anch’essa pubblicata sul sito, è stata quella del consigliere Mauro Mastrovito, che ha esposto, in maniera chiara, la sua apprezzabile opinione.
Avremmo tutti dovuto prendere esempio dalla Sardegna, dove sono stati centrati due obiettivi per nulla scontati: il raggiungimento del quorum, con quasi il 60% dei sardi che si è recato a votare e la schiacciante vittoria dei contrari ai progetti nucleari, che sono stati il 97,14%.
In Sardegna però si è raggiunto anche un altro importante traguardo: quello di riunire sotto la bandiera antinuclearista le forze politiche più varie, in una comunione di intenti, che va oltre i confini dell’appartenenza partitica, per agire in nome dell’interesse generale a difesa del territorio e dell’ambiente. Lo stesso governatore della Regione, Ugo Cappellacci, del Pdl, ha manifestato la propria soddisfazione per l’esito della consultazione.
L’IDV intende finalmente fare chiarezza sui quesiti referendari, spiegando le ragioni per cui ritiene giusto votare 4 SI.
DUE SCHEDE CONTENGONO I QUESITI IN DIFESA DELL’ACQUA PUBBLICA
Con il primo quesito – scheda di colore rosso – si chiede l’abrogazione della norma che stabilisce di affidare la gestione del servizio idrico a soggetti privati o a società a capitale misto pubblico-privato.
Con questa norma, si vogliono mettere definitivamente sul mercato le gestioni dei 64 ATO (Ambito Territoriale Ottimale, è un territorio su cui sono organizzati servizi pubblici integrati, ad esempio quello idrico o quello dei rifiuti) su 92, che o non hanno ancora proceduto ad affidamento, o hanno affidato la gestione del servizio idrico a società a totale capitale pubblico. Queste ultime, infatti, cesseranno improrogabilmente entro dicembre 2011 o potranno continuare ad operare alla sola condizione di trasformarsi in società miste, con capitale privato al 40%. Dunque, le società a totale capitale pubblico, che gestiscono moltissimi acquedotti, dovranno cessare obbligatoriamente la loro attività oppure potranno continuare a gestire servizi idrici soltanto se si trasformeranno in società miste. Chi vota sì cancella questa norma e consente che possano continuare ad essere società a capitale interamente pubblico o a maggioranza di capitale pubblico a gestire i servizi che portano l’acqua in casa a noi cittadini. La vittoria del sì bloccherebbe di fatto il procedimento di privatizzazione dei servizi idrici.
Con il secondo quesito – scheda di colore giallo – la parte di normativa che si chiede di abrogare è quella che consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. La norma quindi non obbliga chi gestisce il servizio a fare degli investimenti per migliorare il servizio, dice che la tariffa deve garantire il 7% di utile a chi gestisce il servizio per ricompensarlo del capitale che ha investito. Cancellando questa norma si impedisce di fare profitti sull’acqua e si rende, di conseguenza, non conveniente speculare su questo mercato. I privati naturalmente accettano di entrare in questo servizio se hanno la garanzia di un utile, che in questo caso gli viene assicurato obbligatoriamente per legge.
Le ragioni per cui votare SI sono numerose: l’acqua privatizzata non è più economica di quella pubblica, in Toscana dove c’è la privatizzazione da 15 anni ci sono le tariffe più alte d’Italia. Non ci sarà un miglioramento dei servizi perché i privati inseguono il profitto e non avranno convenienza ad investire nelle infrastrutture o a raggiungere zone isolate o difficili da collegare.
UNA SCHEDA CONTIENE IL QUESITO CONTRO IL NUCLEARE
Il quesito – scheda di colore grigio – ha l’obiettivo di impedire la costruzione di centrali nucleari sul territorio italiano. Il quesito abrogativo, dopo la decisione della Cassazione, si trasferisce sulla nuova legge, il c.d. Decreto Omnibus, che modifica quella vecchia. Votando SI verrà abrogata la parte della nuova norma che sospende per un anno il progetto nucleare e attribuisce al Presidente del Consiglio di decidere, allo scadere dell’anno, se inserire nel nuovo piano energetico nazionale l’energia nucleare.
Il Decreto Omnibus non solo dà al Presidente del Consiglio il potere di riaprire il discorso nucleare tra un anno, ma contiene anche una norma che consente di espropriare i terreni dei privati per potervi costruire nuove centrali nucleari, anche da parte di imprese private.
Anche per questo quesito le ragioni del SI sono molteplici: l’energia nucleare è pericolosa perché non esistono reattori sicuri al 100%. Il problema della dismissione e dello stoccaggio delle scorie radioattive è ancora irrisolto e i costi incideranno notevolmente sulle future generazioni. L’Italia è il paese più sismico d’Europa e non ha giacimenti di uranio, che occorrerà comprare dall’estero. Combinando l’energia verde, la limitazione dei consumi domestici ed una migliore coibentazione degli ambienti potremmo risparmiare fino al 60% nell’uso dei combustibili.
UNA SCHEDA CONTIENE IL QUESITO PER CANCELLARE IL LEGITTIMO IMPEDIMENTO
Il quesito – scheda di colore verde – chiede di abrogare la norma sul legittimo impedimento, l’istituto che permette al Presidente del Consiglio e ai ministri, per il solo fatto di essere membri del Governo, di non recarsi in udienza penale se sopraggiungono impegni di carattere istituzionale, per una durata di un anno e mezzo (6 mesi più 6 mesi, più 6 mesi). Il giudice quindi deve rinviare il processo ad altra udienza, quando ricorrano le ipotesi in cui si ravvisa il legittimo impedimento.
Nella legge non era attribuito al giudice il potere di valutare l’effettiva legittimità dell’impedimento reclamato. La Corte Costituzionale ha stabilito, invece, che non c’è automatismo, decide il giudice di volta in volta se l’impedimento è reale e legittimo. Il fatto che il giudice decida ogni volta, vuole dire che si apre un contenzioso infinito con gli avvocati difensori che faranno mille ricorsi rivolgendosi alla Corte d’Appello, alla Corte di Cassazione, alla Corte Costituzionale, in tutti i casi in cui venga negato l’impedimento. La legge si applica anche ai processi penali in corso, in ogni fase, stato o grado essi si trovino alla data di entrata in vigore della norma.
L’IDV chiede di votare SI per abrogare una norma ingiusta e parziale, che non rispetta l’art. 3 della Costituzione, perché ritiene che se chi governa un paese è accusato di un crimine ha il diritto e il dovere di difendersi, ma nel processo non dal processo, perché assumere cariche pubbliche è una responsabilità che impone comportamenti trasparenti e non un privilegio che regala l’impunità ai potenti.
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